La Tofana di Rozes e la Grande Guerra, un anello sulle Dolomiti

Vie ferrate
Val Travenanzes e il gruppo del Fanes

La Tofana di Rozes, nelle conca ampezzana delle Dolomiti orientali, è un luogo a cui sono particolarmente legato perchè ripercorre in parte le traccie della Grande Guerra.
Sono luoghi ricchi di fascino paesaggistico, ma soprattutto ricchi di storia. Luoghi dove ripercorrere alcune tappe importanti della Grande Guerra. Una guerra di trincea, di posizione, con combattimenti a vista. Luoghi dove l’esercito italiano ha fronteggiato arditamente l’esercito dell’impero austroungarico al rimbombo delle mine fatte brillare nel cuore della montagna, all’interno di gallerie di mina scavate da giovani soldati disposti a tutto per la Patria e spesso al comando di generali sanguinari a cui il successo della battaglia stava più a cuore della vita dei propri uomini.

La meritata birra quasi al termine dell
Un momento di riposo al Rifugio Giussani, quasi al termine dell’escursione.

Approfondimento storico: Il generale Cantore, l’assalto al Masarè e al Castelletto.

L’escursione che vi presento oggi segue i passi e i progetti del generale Cantore, autoritario e valoroso comandante della IV armata Val Boite-Cadore.
Nel luglio 1915 pianificò l'avanzata del Regio Esercito che occupava le cime delle Tofana di Mezzo e della Tofana di Dentro accerchiando la Forcella di Fontananegra (2580m) luogo in cui sorge oggi il rifugio Giussani. Il suo piano consisteva nell’attraversare la forcella e scendere i roccioni del Masarè arrivando in fondo alla Val Travenanzes per sorprendere alle spalle l’esercito austroungarico. Da  qui l’azione prevedeva la risalita della Val Travenazes per arrivare alla conquista del Castelletto, roccaforte austroungarica che bloccava l’azione italiana. L’esercito austroungarico era annidato tra le rocce della Forcella Fontananegra (“Sasso Cubico”) e su due avamposti allo sperone Tre Dita e la Spalla della Tofana di Dentro, garantendosi un ottimo controllo del territorio che vanificò agli Alpini il passaggio verso la Val Travenanzes.
Con una distanza di circa 500m tra i due eserciti, ogni assalto era un massacro.
Il generale Cantore, per meglio comprendere lo schieramento e organizzare l’attacco, il 20 luglio 1915 si recò con quattro soldati a studiare le postazioni in un osservatorio avanzato sulla Forcella Fontananegra e da dove era convinto potesse iniziare l'attacco. Si narra che arrivato al ghiaione esclamò ai soldati: “domani sarete tutti lassù!” Ciò poteva essere inteso come “in cima al Masarè”, oppure come “su in cielo”, visto che a centinaia sarebbero inevitabilmente morti nell’operazione. Durante la ricognizione in prima linea venne colpito in fronte da una pallottola di un cecchino, che alcuni dicono austriaco, altri di un franco tiratore cortinese. Cadde tra i suoi soldati e fu il primo di un folto gruppo di generali che lo seguirono nel corso del conflitto; gli fu conferita la Medaglia d'Oro al Valor Militare.
Solo nel 1998 è stato ritrovato il suo berretto a casa di un nipote e si è potuto constatare che presenta un foro compatibile con il calibro 6.5mm dei proiettili italiani a differenza di quelli austroungarici che erano di calibro 8mm. Tuttavia mai si saprà chi lo uccise veramente, infatti il cuoio del berretto con il passare degli anni potrebbe essere irrigidito, stringendo il diametro del foro.

L’attacco finale e la conquista del Masarè

Il 9 luglio 1916, alle 3 del mattino e dopo un anno di battaglia, le compagnie alpine dell’Antelao iniziarono l’attacco finale, circondando e conquistando Punta Tre Dita e il Sasso Cubico completando di fatto l’occupazione del Masarè.  Le perdite italiane furono di 22 morti e 57 feriti, mentre da parte austriaca si parla di 170 (190 secondo altre fonti) soldati e 9 ufficiali nelle mani degli italiani oltre a 100.000 cartucce, 470 bombe a mano, 4 mitragliatrici, 2 lanciamine, 2.400 scatole di conserva, 1.900 pacchi di riso. Solo 18 soldati austroungarici schierati a difesa riuscirono a scendere nella sottostante Val Travenanzes rientrando nelle loro linee. Il Castelletto cadde infine in mano italiana l’11 luglio 1916 a seguito della grande esplosione della mina posizionata in una galleria costruita all’interno della montagna.


AVVICINAMENTO

Da Cortina d'Ampezzo si sale lungo la strada principale in direzione Passo Falzarego fino a imboccare sulla destra, proprio sotto la Tofana, la strada che conduce al Rifugio Dibona (2083 m slm).
Parcheggiata l'auto, ci si incammina per la strada sterrata indicata come sentiero n. 403 che sale al Rifugio Giussani. Poco sopra sulla sinistra è indicata e ben evidente la traccia del sentiero per la Ferrata Lipella e la Grotta della Tofana (sentiero 442). Dopo circa 20 minuti si arriva ad un bivio dove occorre tenere la destra per costeggiare la parete della Tofana.

La grotta della Tofana

Si accede alla grotta attraversando una cengia attrezzata con cavi d’acciaio e risalendo un piccolo canale detritico che è facile trovare pieno di neve anche a inizio estate. L’attacco della piccola ferrata, guardando il canale dal basso, si trova in alto, sopra il sentiero, sulla sinistra.

Ingresso Grotta della Tofana
Ingresso Grotta della Tofana

La ferrata è priva di difficoltà tecniche oggettive ma occorre prestare la massima attenzione poichè si deve attraversare una lunga cengia molto esposta e alcuni brevi passaggi non sono attrezzati. Il fondo del sentiero, inoltre, è stabile ma occorre prestare attenzione ad eventuali sassolini presenti sulla roccia che potrebbero rendere il passo poco stabile.  Risulta quindi consigliato il kit da ferrata. Da rifugio Dibona la grotta dista circa 1 ora.

Il canalone detritico da risalire per accedere alla cengia che porta alla Grotta della Tofana
Il canalone detritico da risalire per accedere alla cengia che porta alla Grotta della Tofana

La grotta della Tofana si apre a quota 2430 m. slm ed è una delle poche cavità che si sono formate nella Dolomia e non nel Calcare. E’ lunga circa 300 metri e ha un’altezza compresa tra i 10 e i 30 metri. Il suo interno è attrezzato con scale che permettono un breve percorso ad anello. L’accesso della grotta ha la forma di una grande serratura, molto suggestiva la visuale specie guardando dall’interno verso l’esterno. Il momento più bello per la sua visita è probabilmente in primavera, quando la grotta si riempe di stalagmiti di ghiaccio che le donano un aspetto fiabesco.


La Galleria del Cannone

Cannone 75/27 mod. 1911

Dopo la visita alla grotta, occorre tornare sui propri passi fino a raggiungere il canale detritico termine del cavo di acciaio. Da qui non si segue l’itinerario percorso all’andata ma si continua a costeggiare la parete della Tofana fino a incontrare nuovamente il sentiero sottostante. Al successivo bivio per la Ferrata Lipella si tiene la destra. Poco più avanti si incontrano le scale di partenza della Galleria del Castelletto e della Ferrata Lipella. Per ora si devono evitare le scale e proseguire mantenendo la quota per una cinquantina di metri, girando lo spigolo roccioso e attraversando un canale detritico su traccia di sentiero poco visibile a causa di una recente frana. Questo canale è di fatto il canale di sfogo dell’esplosione della mina del Castelletto che vedremo dopo. Ci troviamo ora davanti all’accesso della galleria del cannone. Tempo totale per la visita circa 20 minuti.

Ingresso parzialmente ostruito da una recente frana alla Galleria del Cannone
Ingresso parzialmente ostruito da una recente frana alla Galleria del Cannone

Approfondimento

La Galleria del Cannone è una galleria artificiale scavata dall’esercito italiano dopo la conquista del Castelletto risalente alla Prima Guerra Mondiale. Inizialmente vi era solo una piccola grotta che dava ricovero ai presidi di guardia del camino dei Cappelli. Il tenace lavoro degli Alpini la trasformò in un vasto e luminoso complesso sotterraneo con grandi finestre che dominano la Val Costeana, il Lagazuoi e l'alta Val Travenanzes, in mano all’esercito austroungarico, dove appunto erano sistemati i cannoni. All’ingresso della galleria a cui si accede a carponi è ben visibile uno stupendo bassorilievo con iscrizioni della Vª Batteria d’artiglieria che ricorda la titanica impresa, e al suolo si notano ancora le impronte dei vecchi scarponi chiodati rimaste imprigionate nel grezzo cemento.


In una di queste aperture laterali è ancora ben visibile una latrina originale con lo scarico direttamente nei ghiaioni sottostanti. In fondo alla galleria è conservato, a titolo monumentale, un vecchio cannone 75/27 mod. 1911, dello stesso tipo di quelli schierati durante i combattimenti anche se le ruote non sono più le originali in legno. Il cannone venne portato nuovamente in galleria con l’aiuto di un elicottero nel 1975 a seguito dei lavori di restauro e pulizia della postazione d’artiglieria.

La Galleria di mina del Castelletto

Accesso alla galleria di mina del Castelletto
Accesso alla galleria di mina del Castelletto

L’accesso alla galleria del Castelletto avviene dalle scale che abbiamo incontrato prima di accedere alla Galleria del Cannone. Tornando quindi sui propri passi e indossando l’attrezzatura da ferrata, con una serie di staffe e scale accompagnate da cavo metallico si raggiunge la base di una cupa caverna naturale dove è ancora visibile la struttura che ospitava i compressori “Sullivan” utilizzati per lo scavo. Il percorso costeggia le vecchie scale in legno della Grande Guerra.

Camera compressori "Sullivan"
Camera compressori “Sullivan”

Raggiunta la caverna naturale, un’ultima scaletta metallica ci conduce all’entrata della galleria lunga circa 500 metri con un dislivello di circa 120 metri. Il primo tratto della galleria si sale facilmente grazie ad una serie di gradini e cavi metallici. Il tratto successivo bisogna affrontarlo con attenzione, poiché il fondo roccioso è sempre bagnato, con presenza di piccoli sassi sulla nuda pietra che lo rendono molto scivoloso.

Parte inziiale della Galleria del Castelletto
Parte inziiale della Galleria del Castelletto

Approfondimento storico: la mina del Castelletto

Questa galleria venne scavata dagli alpini per predisporre una mina sotto la cima del Castelletto su cui sorgeva un presidio dell’esercito austroungarico.
Nella caverna naturale alla base della galleria venne fissato ad un basamento di cemento il compressore Sullivan. Le squadre di minatori di circa 25 operai lavoravano su quattro turni da 6 ore ciascuno respirando un’aria viziata dai gas delle mine usate per spaccare la roccia e dalla polvere sollevata dai perforatori. Gli esplosivi utilizzati durante i lavori erano cariche di dinamite potenziate con la gelatina esplosiva, per sovraccaricare i fori di mina e sminuzzare maggiormente il materiale facilitarne il trasporto. All’interno della sezione della galleria di 2×2 metri fu montata una ferrovia tipo Decauville con vagoncini utilizzati per lo sgombero del materiale di risulta che veniva scaricato in un canalone non visibile al nemico.
L’avanzata giornaliera della galleria fu in media di 5 metri, con punte di 6 metri grazie all’aria compressa a 7 atmosfere di ciascun martello pneumatico. Furono scavati oltre 500 metri di galleria e asportati 2200 metri cubi di roccia. L’esercito nemico cercò di realizzare gallerie di contromina e i minatori italiani modificarono ripetutametne il progetto in corso d’opera.
Il 3 luglio iniziarono i lavori di caricamento della mina che proseguirono fino alle ore 15 del 9 luglio, venne poi intasata la galleria che portava alla camera di scoppio con calcestruzzo e sacchi di terra. La carica totale fu di 35 tonnellate di sola gelatina esplosiva al 92% di nitroglicerina. Agli inneschi provvide il Genio della IV° Armata con 15 tubi metallici di gelatina e fulmicotone,  la miccia era imbevuta di acido pirico e con accensione a innesco elettrico di una cartuccia di fulmicotone. La mina esplose alle ore 3,30 del giorno 11 luglio 1916 polverizzando parte del Castelletto, e permettendo la conquista.

Il rapporto sull’esplosione

Pieri Piero – Sottotenente di Complemento, 7° Alpini, 77ª cp. battaglione Belluno.

Dalle 3 alle 3,30 fu un’ansiosa silente attesa, rimasta indelebilmente impressa nella memoria di quanti si trovaron presenti: non si udivan neppure bisbigli, tutti eran compresi della novità e della strana e misteriosa grandezza del momento: gli ultimi minuti furono addirittura angosciosi: a un tratto una scossa di terremoto e subito dopo, nella notte scintillante di stelle un polverio immenso e il frastuono di una enorme valanga, e poi, tutto intorno al Castelletto, un precipitar di massi dalle pareti della Tofana, che continuava e che pareva interminabile, in quei minuti, in quei secondi d’attesa angosciosa e febbrile. E subito dopo il rimbombo di tutte le artiglierie e le vampe degli spari per la chiostra dei monti retrostanti, e un sibilare di piccole granate e un passar alto e grave di grossi proiettili, e tonfi sordi e scoppi …

Burtscher Guido – Leutnant, 3° Kaiserjäger

D’un tratto, un poderoso schianto, un rimbombo pauroso soverchiarono il fragore prodotto dal fuoco dell’artiglieria; al tempo stesso la terra sembrava tremare; era l’esplosione dello Schreckenstein. Schegge rocciose volarono fino alla Feldwache 14, sulle pendici del Gran Lagazuoi; da lontano le vedette scorsero la sella del Castelletto e le torri più a sud sollevarsi in una fiammata, mentre l’intera parete sembrava inclinarsi. Sul Castelletto stesso l’effetto dell’esplosione fu formidabile: una parte della sella si innalzò fino al livello del posto di vedetta Schneeberger, le torri a sud sparirono, frammenti di rupi volarono all’intorno e si abbatterono strepitosamente al suolo. Tutto il tratto di terreno ove, in periodi precedenti, si erano eretti dei ricoveri, fu ricoperto di macerie. Presso la baracca dell’ufficiale, che era assicurata alla parete rocciosa mediante funi metalliche, queste si incisero nelle travi per una profondità di 20 cm. Cadaveri deformi vennero proiettati in alto dal suolo e dalle rocce.

Cratere di mina dell
Cratere di mina dell’esplosione del Castelletto
Il cratere della mina del Casteletto

Il Col dei Bos, la val Travenanzes, il Sasso Misterioso e le scalette del Minighel

Lungo il Rio Travenanzes si snoda il sentiero che percorre tutta la valle, attraverso angoli e scorci di rara bellezza anche per chi è abituato ai meravigliosi panorami delle Dolomiti.

Questo è sicuramente uno dei più belli ed affascinanti scorci delle Dolomiti, sia per la varietà di passaggi che si incontrano sia per la loro storia ancora così vivida. Una interminabile valle, maestosa e selvaggia, accompagnata da paesaggi lunari intervallati da verdi prati dove gorgoglia il Rio Travenantes. Un’intreccio di emozioni e sentimenti. L’acqua portatrice di vita, la guerra portatrice di morte e devastazione. Tra questi massi si sono infatti riparati prima l’esercito austroungarico poi quello italiano, alternando tentativi di entrambi gli eserciti di sovrastare il nemico nella conquista.

In val Travenanzes, tutti i sassi hanno gli occhi: sono stati sfruttati, a volta da entrambi i fronti, come formidabili postazioni.
In val Travenanzes, tutti i sassi hanno “gli occhi”: sfruttati da entrambi i fronti come formidabili postazioni

Il Sasso Misterioso

In particolare, scendendo la valle si incontra quello che per gli austroungarici era il Gelspaltener Fels ovvero “Sasso Spaccato” che con il “Sasso Triangolare” costituiva il loro sistema difensivo della val Travenanzes. Gli italiani lo chiamavano “Sasso Misterioso“, un vero rebus di pietra costruito su paurose fatalità che permise di respingere non solo ogni tentativo di forzamento ma di ‘risucchiare’ i suoi assalitori in un gorgo misterioso portandoli alla loro sparizione. Tutti quelli che lo avvicinavano non facevano ritorno. Le due parti del sasso sono state utilizzate dai due eserciti, come anche il Castelletto, che era un vero e proprio “condominio” di guerra: gli italiani nelle gallerie alla base, gli austroungarici nelle gallerie di cresta.

Il Sasso Misterioso
Il Sasso Misterioso

Le scalette del Minighel

Scendendo quindi la val Travenazes, tenendo la destra ai bivi, si raggiunge il salto del Masarè con la sua caratteristica cascata, dove incontriamo le scalette del Minighel: un incredibile manufatto della zona costruito nel 1907 con 265 pali di ferro conficcati perpendicolarmente nella parete quasi verticale. Non è difficile, non è lunga e permette di superare agevolmente una costone verticale di 80 metri, ma salire su quei ferri parzialmente piegati e resi scivolosi dagli anni, con la parete di fianco e il vuoto sotto i piedi fa una certa impressione e richiede un passo sicuro.

Preparazione alla base della scala del Minighel
Preparazione alla base della scala del Minighel

La ferrata del Minighel può considerarsi la prima ferrata delle Dolomiti. Fu costruita da Luigi Gillarduzzi 'Minighèl', in quel periodo gestore del rifugio von Glanvell. Durante la Grande Guerra i pioli vennero piegati, ed in parte tolti, dalle truppe austroungariche, rendendola impraticabile fino al 1958, quando Renato Franceschi avviò e finanziò i lavori di ripristino.

Le scalette del Minighel
Le scalette del Minighel

Il Sasso Cubico

Risalendo il Masarè, una interminabile distesa di sfasciumi, si passa a fianco del “Sasso Cubico“, ultimo caposaldo della difesa austroungarica, e si raggiunge in circa 1 ora il rifugio Giussani alla forcella Fontananegra, per scendere poi tramite il successivo vallone tramite strada militare fino al punto di partenza. Lungo la discesa è ben visibile sopra un sella alla nostra sinistra, la lapide commemorativa che ricorda il luogo della morte del generale Cantore.

Il Sasso Quadrato: ultimo caposaldo della difesa austroungarica
Il Sasso Cubico: ultimo caposaldo della difesa austroungarica

Partecipanti

Grazie a tutti gli amici del Gruppo Speleologico Urbino che con la loro esperienza e simpatia hanno contribuito a rendere unica e irripetibile questa giornata.

In ordine nella foto di gruppo da sinistra a destra:  Alessandro, Stratos, Viki,  Piero, Tatiana, Enrico, Gabriella, Io e Flavio.

La traccia GPX dell’anello della Tofana di Rozes

L’itinerario parte dal Rifugio Dibona e sale fino alla grotta della Tofana, riscende fino a raggiungere la nascosta Galleria del Cannone ai piedi del Castelletto, risale attraverso la Galleria del Castelletto fino a raggiungere il cratere di mina prima di ridiscendere a Col dei Bos. Da qui continua la discesa per la maestosa Val Travenanzes, incrocia il Sasso Misterioso prima, le scalette del Minighel poi e risale superando il circo glaciale soprastante attraverso il “Sasso Cubico” e arriva al rifugio Giussani. Tramite strada militare ora è possibile ridiscendere al Rifugio Dibona.
Un giro molto lungo e impegnativo caratterizzato dai continui saliscendi che ci ha fatto percorrere 2100 metri di dislivello in 10 ore di cammino.


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